Sarebbe bello fare alla gente una di quelle domande che fanno i giornali (o le trasmissioni televisive, tanto è uguale) cretine: quante persone sanno che anche gli Italiani brava gente si sono imbarcati in un’infame avventura coloniale?
La maggior parte della gente risponderebbe (forse) che sì, anche gli Italiani sono andati a portare il verbo occidentale in Africa ed è stato all’epoca di Pelatone. Negli anni trenta, effettivamente, muovemmo con le nostre poderose armate verso l’Etiopia, successivamente conquistandola.
Ma già quarant’anni prima (1895-1896), all’epoca di Crispi e di Umberto I, tentammo l’avventura coloniale in Africa Orientale, venendo sconfitti nella battaglia di Adua dal sovrano etiope Menelik: all’epoca riparammo in Somalia.
Poca narrativa si è occupata delle due avventure coloniali italiani: a riportare alla memoria i fatti di Massaua e di Adua (oltre alla odomastica) ci hanno ora pensato, casualmente e su due fronti, gli autori del fumetto (oppure ormai si dice Graphic Novel, racconto disegnato?) Volto Nascosto e Carlo Lucarelli col suo L’Ottava Vibrazione.
Vediamo. Io sono un grande appassionato di fumetti, a patto che siano italiani e che siano della Bonelli.
Li ho scoperti da grande, all’Università, grazie alla mia compagna che è appassionata di Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo e di Julia, la criminologa sosia di Audrey Hepburn.
Purtroppo, nonostante la mia grande passione e i soldi che spendo in Nathan Never, Julia, Dampyr, non ne capisco un granché. Come per i film, posso dare il mio parere sulla sceneggiatura: robe come lo scavo psicologico nei personaggi, l’incisività dei dialoghi… Ebbene, Volto Nascosto è il secondo successo della casa editrice Bonelli nel formato della miniserie, cioè dodici albi (siamo al settimo): ricostruzione storica perfetta, ottima trama, lingua e stilemi da romanzo d’appendice ottocentesco. Volto Nascosto è un leggendario guerriero etiope, al servizio dell’imperatore Menelik che guida la guerra contro gli italiani fino al fatale epilogo di Adua. Su questo sfondo storico, si delineano gli atti di coraggio del giovane tenente Vittorio De Cesari e del suo amico Ugo Pastore contrapposti all’assoluta viltà e incompetenza dei generali italiani (un tratto che, mi pare di aver capito leggendo Lussu, ritorna abbastanza nella Storia). Non mancano, ovviamente, le grandi donne: ora nevrotiche e aristocratiche, ora forti e popolane e la magia rusticana della Roma dei Castelli e l’esotismo della terra d’Eritrea. Notevole.
Poco posso dire, invece, dell’ultima fatica di Lucarelli: da un’intervista mi pare di aver capito che condivide col fumetto Volto Nascosto la stessa atmosfera tragica e decadente che preannuncia una sconfitta: il romanzo è infatti ambientato poco prima della battaglia di Adua. A me viene in mente, istintivamente, l’altro suo romanzo (forse il suo capolavoro) su una guerra, ovvero Guernica.
Ne riparlerò, non appena comprato e letto il romanzo.
A partire da venerdì sedici maggio 2008, in via Revello cinque a Torino, ricominciano i corsi dell’_TO.
Lo storico collettivo torinese, che riunisce nei locali del CSOA Gabrio nerd, geek, otaku e in generale persone che hanno a cuore le tematiche della libertà anche in forma digitale, propone un programma di corsi decisamente variegato: il fil rouge è ovviamente la presa di coscienza nei confronti della tecnologia, possibile grazie all’approccio hacking che caratterizza il software opensource e l’atteggiamento DiY.
Se questa sbrodolatura vi ha (giustamente) confuso (o infastidito), questo il calendario completo:
Maggio 2008
16 : linux e underscore base
23 : python
30 : bash e scripts
Giugno 2008
06 : hw base
13 : vim advanzaed
20 : Networkingl
27 : XHTML, CSS2
Luglio 2008
04 : lamp (GNU/Linux Apache MySQL PHP)
Presso CSOA Gabrio, Via Revello 5, Torino (Zona San Paolo: Corso Vittorio Emanuele angolo Corso Racconigi)
Sito ufficiale dell’Underscore Hacklab Torino: http://www.autistici.org/underscore
Devo assolutamente cambiare, in maniera da personalizzare, l’immagine della frontbar…
Tornato a casa, il kernel di ocimum era pronto da circa tre ore.
Riavvio e controllo che sia tutto a posto: ok.
Ora installo i ports, prima scaricandoli con cvsup:
# cvsup -g -L 2 -h cvsup.it.FreeBSD.org /usr/local/etc/cvsup/ports-supfile
Il bello è che sto facendo tutto in diretta, ecco.
Ecco, il comando dato così hanga si ferma malamente per circa cinque minuti, senza dare output. Poi dà un updated successfully, solo che la directory ports/ rimane vuota.
Effettivamente non gli ho visto tirare giù centinaia di skeleton, ovvero le strutture che servono a freebsd per compilare i ports.
Effettivamente.
Dopo mi son detto: non è che c’è qualcosa di sbagliato nel file sup che do’ in pasto a cvsup:
# cvsup -g -L 2 -h cvsup.it.FreeBSD.org /usr/local/etc/cvsup/ports-supfile
effettivamente, sì! Avevo settato il tag:
*default release=cvs tag=.
su un inesistente RELENG_7, copiando beceramente dall’altro supfile, stable-supfile. Dunque, occhio, dato che ovviamente i ports non seguono necessariamente le release del sistema operativo (di cui si occupa appunto stable-supfile).
Bene, mentre ocimum compila rigorosamente tutto dai ports (il sistema xorg, gnome finanche la bash, dato che freebsd di default base mette csh), io posso dedicare a varie attività: fare movimento, ascoltare musica elettronica, cucinare, scrivere sul blog, vivere…
Pensiero linguistico
E’ fastidioso vedere tutti gli anglicismi cancellati, vero? Lo so, ma me lo sono autoimposto.
Farò di più: userò il tag del per cancellare anche possibili calchi semantici e strutturali da altre lingue nonché prestiti acclimatati e adattati.
Pensiero informatico
Visto che sono un sistemista, mi piacerebbe scrivere qualcosa sullo strumento del sistemista: la shell (no, non posso scrivere ‘conchiglia’, forse linea di comando?). Comunque la linea di comando che di solito uso, venendo (e restando) da Linux è la bash (Bourne Again SHell) ennesima reimplementazione (implementare è buon italiano?) della shell sh.
Bene, quando uscì quella famosa trilogia con Matt Damon, che scopro ora essere un rifacimento di un’opera cinematografica degli anni ottanta, chissà quanti nerd tra voi avranno pensato alla bash! Io mi ero addirittura convinto che fosse un film di informatica, Bourne Supremacy!
Ocimum, il computer ‘da cucina’ che avevo installato autunno scorso, passa a Freebsd 7.
O meglio, usiamo un causativo: urza lo fa passare a freebsd sette, dato che l’ennesimo upgrade aggiornamento dei ports si è concluso in un infinito loop di cicliche dipendenze.
E così, insomma, ieri ho bruciato l’ultima iso e ho installato una freebsd minimale. Oggi, alle 18.30, dopo alcuni aggiustamenti al file /etc/make.conf per ottimizzare migliorare al massimo la compilazione, ho dato il fatidico make -j4 buildworld.
Ora ocimum macina quattro processi di make alla volta: vedremo per quanto.
Alle 19.51.15 si completa, come recita laconico il timestamp, il buildworld di ocimum. Nemmeno un’ora e mezza dunque.
Ora il kernel, dopo aver ‘dimagrito’ un po’ GENERIC:
# cd /usr/src/sys/i386/conf
# cp GENERIC OCIMUM
# make buildkernel KERNCONF=OCIMUM
# make installkernel KERNCONF=OCIMUM
Mi piace inaugurare con questa ricetta di pesce una nuova categoria del mio blog, quella dedicata alla cucina.
Quelle che vi proporrò sono i piatti che spesso mi dletto cucinare: rodati, dunque, e che hanno l’autorevolezza di grandi manuali di cucina, in primis l’opera pubblicata qualche anno fa da un noto gruppo editoriale italiano e distribuita in edicola assieme al quotidiano o al settimanale. Dunque, che cosa ve le ripropongo a fare, se le scopiazzo da una enciclopedia?
In verità, in verità vi dico non è esattamente così: le ricette sono, leggermente o decisamente, riproposte con l’aggiunta o la sostituzione di nuovi ingredienti. E spero, come già ben altri scrittori han fatto prima di me, di riuscire a fare un po’ di letteratura con queste ricette. Mi piacerebbe, insomma, raccontarvele un po’, infarcendole di aneddoti e, perché no, consigliarvi il vino con cui io stesso e i miei commensali le abbiamo accompagnate.
Ma andiamo ad incominciare con questi pesciolini in escabeche: cominciamo dall’etimologia, appunto.
Ebbene vi tocca: ‘escabeche’ è parola spagnola mediata dal persiano sikbag ‘cibo acido’. L’escabeche, infatti, non è nient’altro che una marinata: è molto comune nel bacino mediterraneo: viene chiamato scabocio in Italia e, con probabile etimologia popolare, savoro in Grecia. Con elementi diversi lo ritroviamo nelle Filippine: attualmente è molto diffuso in Sudamerica, soprattutto in Perù, dov’è stato portato dai coloni spagnoli.
Marinata, si diceva dunque sopra: poco sconsigliata dunque a chi non gradisce il sapore dell’aceto, qui decisamente mitigato dal coriandolo. Ecco, si potrebbe dire che la freschezza dei semi di coriandolo e l’agro dell’aceto siano le note dominanti di questo fresco piatto, che ho recuperato da un volume sulla cucina sudamericana. Vi serviranno allora, per tre persone che mangiano decentemente o per due persone che mangiano in maniera abbondante:
- aceto di vino bianco
- il succo di due limoni
- semi di cumino
- carote, sedano, cipolle o altre verdure fresche da taglio
- peperoncini, piccanti secondo il gusto
- qualche spicchio d’aglio
- semi e foglie di coriandolo
Preso nota? Bene, oh, dimenticavo, il pesce. Potete prendere il vostro pesce preferito da frittura: triglie (pulitele bene, mi raccomando, ché le spine sono balorde!), moscardini, acciughe piccole, anche anelli di totano. Sempre per due persone abbondanti o per tre che mangiano il giusto, non vorrete mica anche fare il primo!
La ricetta è piuttosto semplice: fate una frittura del vostro pesce e poi la cospargete della marinata di verdure fresche, insaporendo con il peperoncino. Mentre ve la vado a esporre, cospargete i candidati alla frittura con il succo dei due limoni e conditeli, se volete, con del sale. Lasciateli a riposare un’oretta.
La frittura, dunque.
La frittura è una cosa molto delicata, quasi intima. C’è chi si affida religiosamente agli oli di frittura già pronti, quelli che friggono senza ungere e chi frigge solo nell’olio d’oliva, credendo sia il fritto più sano.
In realtà, e qui spero che qualche cuoco-visitatore vorrà confermarlo, l’olio migliore per friggere è quello di arachidi: tecnicamente, infatti, ha il punto di fumo (grazie Cristian!) più alto fra tutti. Il che equivale a dire, insomma, che prima di iniziare a fumare, puzzare e annerirsi ci va un bel po’ e forse voi avrete pure già finito di friggere.
Se andate poi a guardare con attenzione l’etichetta del vostro olio fatto apposta per friggere, vedrete, con buona probabilità, che è composto da olio di semi di arachidi e olio di coriandolo, che serve a rinfrescare la frittura.
Potete dunque provare a friggere utilizzando l’olio di semi di arachidi e una buona macinata di semi di coriandolo: dorate uno a uno, pian piano, i vostri pesciolini e, con l’aiuto di una bagnarola, trasferiteli, una volta croccanti, su un foglio di carta assorbente. La carta assorbente per fritti è un altro miracolo dell’ingegneria culinaria moderna: un solo tovagliolo basta per un fritto abbondante.
La marinata
Prepariamo ora la marinata di verdure: essa andrà a rinfrescare la nostra già ‘asciutta’ frittura. Quella del fritto asciutto è stato una sorta di mito della reclame anni novanta: ora però il jingle esatto non me lo ricordo, né la marca dell’olio miracoloso che prometteva un fritto asciutto e pulito.
Comunque, la marinata: versate un filo d’olio d’oliva (pochissimo!) in una padella e, a fuoco medio, mettete a rosolare le vostre verdure fresche da taglio. Carote, sedano anche melanzane: quello che preferite. La ricetta originale consiglia solo carote, anche io mi sono trovato benissimo aggiungendo (dopo) del sedano crudo alla marinata. Insaporite la rosolatura delle verdere con le due cipolle e con qualche spicchio d’aglio: se voi o i vostri commensali non potete proprio sopportare le agliacee, perlomeno lasciate una cipolla! Spruzzate con il peperoncino e con il coriandolo macinato. Dopo qualche minuto, iniziate a sfumare con l’aceto di vino bianco.
Povero aceto di vino bianco, ormai sempre di più soppiantato dal suo cugino ricco, l’aceto balsamico! La reclame dell’aceto di Modena Ponti è stata la fine dell’inizio per l’aceto bianco: ‘lo potete mettere anche sulle fragole!’. La fine dell’inizio.
Sì, poi c’è stato tutto questo revival per questi ingredienti poveri della cucina: aceti balsamici fighettissimi, sali che vengono da posti esotici, ma, che io sappia, nessuno che abbia ancora provato a proporre dell’aceto di vino bianco di qualità. Ma, del resto, ce lo possiamo fare noi mandando appunto, all’aceto, del buon vino bianco.
Eravamo insomma rimasti a sfumare la nostra rosolata e a trasformarla dunque, con l’aceto, in una marinata: lasciate evaporare un po’ l’aceto, ancora qualche minuto. Abbassate il fuoco e trasferite nella marinata la vostra frittura: alzate ancora per un mezzo minuto il fuoco e mescolate il tutto. Lasciate raffredare e servite accompagnando con del vino bianco dal buon tenore alcoolico. Noi l’abbiamo mangiato con del Trebbiano d’Abruzzo la seconda volta: la prima, invece, con un bianco meridionale, campano probabilmente: poteva essere del Greco di Tufo, uno dei vini preferiti da me e dalla mia compagna.
A grande richiesta (…) ho vestito il blog di un nuovo tema: si tratta di Dynamic-Vision, del bravo Benedikt.
Ho giusto tagliato di molto la lunga barra inferiore (footer), che mi pareva poco elegante e spostato la lista dei post archiviati sulla barra di sinistra (sidebar). Credo rimetterò l’elenco dei blogger amici sempre nella barra di sinistra e che modificherò l’immagine della testata.
Volevo anche cambiare il fondino dei riquadri centrale e laterale: un verdino più tenuo (o un azzurro acquamarina?) potrebbero essere carini. Ovviamente il tema mi piace perché è verde e perché è piuttosto semplice e ordinato.
Quello vecchio faceva proprio un po’ pietà…
Nel famoso ‘How to become an hacker’, Raymond consiglia, non con una certa titubanza, di impare l’inglese.
Raymond è titubante perché vede, giustamente, il predominio dell’inglese come un tipo di imperialismo culturale (a sort of cultural imperialism). Ma è confortato dal fatto che molti hacker, anche se condividono la stessa lingua, usano l’inglese per parlare tra di loro di questioni tecniche. Il motivo sarebbe che l’inglese ha un più ricco lessico di termini tecnici: effettivamente se parliamo in italiano di questioni informatiche, finiamo per utilizzare anglicismi, prestiti mal fatti o orribili calchi. A proposito dei calchi, anche se non c’entra niente col gergo informatico, un mio amico per dire ‘Ho mandato il mio curriculum alla tal ditta’ dice ‘Ho applicato’, calcando l’espressione inglese ‘to apply for a job’.
Tornando a Raymond e alla sua lingua inglese ricca di termini tecnici, essa è definibile, in termini linguistici, come ausbausprache, ovvero ‘lingua elaborata’. Già, perché si potrebbe parlare di informatica anche in wolof o in catanese così come di filosofia o di idraulica applicata, a patto che si abbiano, come giustamente sottolinea Raymond, i termini tecnici.
Quando vado a Parigi o in Corsica, mi capita spesso di comprare i giornali locali di Linux: oltre ad essere fatti molto bene, mostrano come la lingua francese, grossomodo e suo malgrado, si sia elaborata anche su piano informatico. Fa ridere, ma loro traducono il kernel di linux con noyau, che vuol dire appunto ‘nocciolo’ o ‘files’ con ‘fichiers’. Come se noi dicessimo: “Ho ricompilato il nocciolo di Linux e ho perso tutte le pedine (fiche + ier)”. Fa ridere, ma mica tanto in realtà: significa che il francese ha risposto, con mezzi suoi, allo strapotere dell’inglese in campo linguistico e culturale. Operazioni del genere testimoniano quella che i linguisti chiamano la vitalità di una lingua, espressa tramite la loro produttività.
Noi, evidentemente, produciamo poco. E purtroppo, bisogna dare torto a Raymond: lo strapotere dell’inglese è funzionale all’imperialismo inglese prima e americano poi.
Esprimersi con metafore organicistiche significa in generale paragonare oggetti non animati, concetti e ideali ad animali, piante o persone. Ad esempio, si dice che le città muoiono, che l’economia collassa o che le culture rinascono. Ecco, a me piace pensare (ma l’idea, ovviamente non è mia) alle lingue come alle speci biologiche: l’inglese a come qualche specie dominante che in un ecosistema (la cultura mondiale) distrugge le altre e lingue sconosciute africane, americane o asiatiche a qualche rara farfalla appena scoperta dagli entomologi. In natura, ogni volta che una specie si estingue si perdono frammenti di biodiversità, essenziale alla vita stessa del pianeta Terra. Nelle culture umane, ogni volta che una lingua muore, muoiono secoli o millenni di modi di concepire la vita e di adattarsi ad essa. Se rimanesse un’unica lingua, anche se ripetutamente imbastardita dalle altre perché una lingua talvolta non muore ma continua, rimarrebbe un unico modo di vivere. E nessuna lingua, per quanto elaborata dal punto di vista lessicale possa essere, è all’altezza di ogni espressione umana.
Ormai bsd-addicted (volevo scriverlo in italiano, dato che mi sono ripromesso di usare pochi anglicismi, ma drogato di bsd suonava davvero male), girovagavo per il sito del bsdcan, la conferenza annuale di chi ha ‘a che fare’ con i sistemi derivati da bsd 4.4. Ovvero: freebsd, netbsd e openbsd, in ordine cronologico di apparizione.
Nel mio vagabondare ho trovato questo:
http://www.bsdcan.org/2007/schedule/track/Advocacy/35.en.html
il cui titolo recita: ‘Come i progetti opensource sopravvivono alle persone velenose’. Ora sostituire ‘opensource’ a qualsiasi progetto (on-line e non) a cui partecipate e ‘velenose’ con epiteti poco gradevoli e potrete utilizzare la guida di Collins-Sussman e Fitzpatrick.
Un vero e proprio distillato della migliore netiquette in 35 slide (questo come lo traduco? pellicole?) del vostro programma di presentazione preferito.
Buona lettura!
Come scrivevo nello scorso post, mi sono recentemente occupato della migrazione della rete di un’azienda da un provider all’altro, localizzando anche in loco alcuni dei servizi che erano esternalizzati.
Tra i vari servizi che dovevo migrare, c’era anche quello di posta elettronica. Prima il servizio di posta elettronica era fornito da Libero/Infostrada e gestito dai loro server, così come il dominio aziendale.
Ebbene, una volta trasferito il dominio internet da Infostrada al nuovo provider tutto è funzionato, fortunatamente, piuttosto bene: la quantità enorme di spam che arrivava mi ha confortato del mio successo.
Installando l’ottimo postgrey, qualche giorno più tardi, ho ridotto sensibilmente il volume dello spam, quasi azzerandolo. Parlando però oggi con un amico che lavora anche lui nell’azienda in questione e che si occupa di una delle caselle di posta ho scoperto che, inspiegabilmente, dello spam continua ad arrivare non già sulle caselle gestite internamente ma su quelle gestite da Infostrada e accessibili tramite una webmail.
Ora, io sono certo che qualunque server smtp, quando deve consegnare qualche e-mail diretta al server dell’azienda si rivolge al server in loco. Infatti, dando il comando:
utw@pinkpiggie:~$ host aziendaperlaqualelavoro.it
viene restituito come output:
aziendaperlaqualelavoro.it mail is handled by 10 mail.aziendaperlaqualelavoro.it
già dal primo giorno in cui è stato eseguito il trasferimento di dominio.
Forse che i server di infostrada, che ospitano gli account di posta aziendali, raggiungibili all’indirizzo http://www.webmessenger.it, sono infestati da una qualche forma di trojan che recapita in locale tonnellate di spam?