Chiudo qui per ora e per tre settimane. Magari qualche post volante dalla Corsica, sì.
A patto di trovare internet point, ma quasi quasi non ci spero!
Buone vacanze!
Ho sempre apprezzato gli articoli che il fratello di un mio amico, Federico Ercole, scrive sul Manifesto.
Federico scrive di videogiochi. Banale, fino a questo punto. Ma non ne scrive come un giornalista ’specializzato’ (non me ne vogliano), infarcendo cioè la propria prosa di acronimi e umorismo camp (qua si dice ‘nerd’).
Ne tratta invece come di prodotti culturali, alla stregua, di libri o pellicole. L’interpretazione di Federico del videogioco è, a mio avviso, di carattere estetico-letterario, così come quella della stragrande maggioranza dei manuali di storia del cinema.
A suggerire lo stesso approccio metodologico è probabilmente la vicinanza fra i media: in termini mcluniani il videogioco è ibrido di cinema e letteratura. Perché dunque non farne una storia? Perché non analizzarlo nelle scuole, nelle università?
Il videogioco, inoltre, come ogni altro prodotto culturale è studiabile nella sua essenza di media, aprendo il campo a ricerche di carattere sociologico, antropologico e semiotico.
Del resto tutta la diatriba che interessa il videogioco e violenza nella società non è forse un tentativo semplicistico (e pericoloso) di analizzare il nostro sub specie sociologica, arrivando a conclusioni fallaci?
Ma l’aspetto forse più interessante, anche ai fini della didattica per università e scuole che si occupano di comunicazione, è quello semiotico. Un ottimo esercizio da scienzati della comunicazione sarebbe trasformare, come del resto spesso avviene, il videogioco in un altro media (’testo’, in semiotica) e viceversa. E sarebbe interessante anche scoprire perché i cosidetti tie-in, i videogiochi cioè tratti da un film, di solito sono di mediocre qualità.
Ad oggi, il videogioco è appannaggio, come si diceva, di una stampa specialistica, di dubbia qualità sotto il profilo culturale e giornalistico.
Una storia, o comunque ricerche sul tema, potrebbero aprire interessanti spiragli su quello che forse uno dei prodotti culturali più tipici della nostra società contemporanea.
La notizia di oggi, almeno nella capitale pedemontana, è l’attentato a Torino Cronaca. In ogni edicola campeggia il faccione tumefatto di Fossati, noto editorialista vicino al fascistissimo ‘il borghese’, titolo perarltro ripreso dall’editoriale del quotidiano torinese.
Non sono qui per gioire: nonostante ritenga l’informazione di Torino Cronaca vera quanto un bugiardino dei medicinali, fatta di populismo e razzismo svenduto a pochi centesimi, mi sento tuttavia di condannare l”attentato’.
Primo perché chi l’ha compiuto ha solo fatto il gioco del pm di turno che gioca alla caccia all’anarchico, noto sport praticato sotto la Mole e la cui gratifica, quasi immediata, è una bella promozione sul campo.
Secondo, perché il mio spirito libertario aborre qualsiasi forma di censura o attacco all’informazione libera, per quanto falsa e bottegaia essa sia. Una bomba ad un quotidiano, nella mia personale ideologia, è un attacco vile ed inutile, pericolosamente fascista, lontanissimo dall’essere eversivo e anarchico. Per questo dubito fortemente della pista anarchica seguita dai segugi torinesi.
Il bombarolo di De Andrè avrebbe voluto colpire i centri di potere ma invece fa saltare un chiosco di giornali, metafora quanto mai reale?