Appena finisco di leggere questa meraviglia di libro, scritto una quarantina di anni fa, pubblico una piccola recensione.
La creatura di Morselli (esce per gli chiccosi tipi di Adelphi, ottimo regalo!) è un perfetto libro di fantascienza dotta.
Sarà un paradosso o deformazione professionale, ma in questo periodo ho un pessimo rapporto con la mia lingua madre.
Sintassi involuta, morfologia (specie verbale) sparsa, mi produco in fonemi degni di un dislessico. E soprattutto, l’ortografia. Dopo che hai imparato per 5 anni + 3 + 5 a scrivere correttamente l’italiano, scopri che le regole ortografiche non riflettono minimamente la sua pronuncia. Tipo che la i in mezzo a c ed e non esiste: allora perché arrovellarsi sulla corretta ortografia di province, di arance o di camicie? Tanto andrebbero comunque scritte arance, province, e sì, camice.
Anche se poi le ‘divise’ dei medici diventano omografe di quelle degli impiegati. E se per ipercorrettivismo scrivi pasticciere (orrore) invece di pasticcere. Per non parlare (anzi scrivere) delle espressioni fraseologiche: ‘non ce l’ho fatta’… E a quanti viene da scrivere (giustamente in termini fonetici) ò in luogo di ho? Del resto anche l’insigne linguista Giuliano Bonfante accentava nei suoi saggi il verbo avere, proponendo una vera e propria riforma dell’ortografia italiana.
Dacché scrivere jeri non è un preziosismo o un aulicismo da nostalgici ma la pronuncia corretta dei dittonghi… Come pure l’odiosa e giovanilista kappa (dal sapore invero un po’ anni settanta) al posto del digramma ch: giustissimo, a tal punto che, come ricordava un tizio sul forum dell’accademia della Crusca, i primi documenti in volgare italiano (Capua) erano scritti proprio così:
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti benedicti