La giusta distanza è quella che deve tenere un buon giornalista per raccontare con la dovuta dose di cinismo i fatti di cronaca. Ora, se il film ci avesse presentato la formazione di un giovane giornalista di provincia, senza indugiare troppo su personaggi troppo macchiettistici e caricaturali, sarebbe stato una piccola sorpresa. Purtroppo però il piccolo imprenditore di provincia si sceglie la moglie (romena) su cataloghi on-line, c’è uno (o più di uno) scemo del paese e soprattutto ci sono i due protagonisti: la bella e ingenua maestrina toscana che regala sorrisi a tutto il paese, ignara degli sguardi d’odio delle comari, e l’affascinante meccanico tunisino. Non si vuole insinuare che il film sia buonista nel presentare la storia d’amore tra due stranieri (la toscana e il tunisino) in uno sperduto paese del nord-est veneto e neppure che, una volta uccisa lei nell’ultima mezz’ora del film, il ragazzino giornalista perda la ‘giusta distanza’ e decida di cercare di scagionare l’immigrato accusato di omicidio.
Semplicemente, come si diceva all’inizio, il film poteva essere meno ‘caricaturato’ e manicheo: fortunatamente non ci sono le fiaccolate leghiste e il maiale-day, ma del resto siamo molto vicini alla Romagna felliniana. E sono numerosi gli echi felliniani che si raccolgono durante la visione: uno su tutti la splendida scena di un barcone che si allontana sul Po tra gli sguardi attoniti degli astanti, con unico passeggero la vecchia e matta maestra del paese.
Molto bravo Natalino Balasso: non del tutto convincente la bella (ma un po’ patita) Valentina Lodovini già diretta dalla Comencini. Leggo in giro di ’sfortunati ruoli macchietta’ (mymovies.it) per Battiston e Bentivoglio.
Ho deciso di passare a recensioni concise, agili e facili da leggere.
Poche righe per gli ultimi film usciti al cinema.
Notte prima degli esami: polpettone romantico-generazionale in salsa vanziniana (il regista è lo sceneggiatore dei peggio film vanziniani). Si salvano i costumi anni ottanta e l’ectoplasma di Faletti, improbabile professore carogna.
Il mio miglior nemico: Verdone remixa una sua gloria di gioventù, quando affiancava Alberto Sordi.
Al posto di Sordi , Verdone e al posto di Verdone, un promettente Muccino che, abbandonata la zeppola, fa scordare la pessima perfomance argentiniana (L’enigmista).
Find me guilty (Prova a prendermi): ovvero la dimostrazione di come Vin Diesel possa essere un buon attore, al di là del macho à la fast and furious. Ottimo film per preparare l’esame di Diritto Comparato: ricostruisce alla perfezione il più lungo processo di mafia nella storia del Common Law statutinense. Vin con l’accento siciliano è imperdibile!
Breve post per segnalarvi le cinque giornate (6-10 c.m.) della manifestazione d’arte Epi-demia, che si terrà negli augusti spazi delle facoltà umanistiche dell’Università di Torino, altresì noti come ‘Palazzo Nuovo’, organizzata tra gli altri dal sottoscritto (eh-eh).
Musica, arti figurative-plastiche, reading letterari, nani & ballerine, strani personaggi, il folletto Graziano, il gruppo dei giovani di Forza Italia (formely known as Elio e le Storie Tese),video-art, lettori di portoghese, aperitivi popolari, cotillon vari ed eventuali rallegreranno il palazzone più amato dagli studenti torinesi (e non solo)!
Programma completo qui.
Enjoy!
Mostre Eventi Torino Arte
Mi è capitato di vedere, ieri e l’altroieri, due film ambientati a Roma.
Il primo, un indiscusso capolavoro, una pietra miliare nella storia del cinema: la dolce vita di Federico Fellini; l’altro, l’opera prima di Fausto Brizzi, co-sceneggiatore dei peggio film vanziniani degli ultimi dieci anni.
Un bel constrasto, no? Là, il magnifico bianconero felliniano a riprendere dall’alto il colonnato del Bernini, le anguste via dei Calmati Spiriti, la cupola di San Pietro. Qui, il colore di Brizzi che ricostruisce la Roma maleducata degli anni ottanta, coi suoi baretti sgargianti e il lungotevere illuminato in una notte di giugno (’notte prima degli esami’, appunto).
Eppure, Roma. Io, non ci sono mai stato.
Sono stato a LondraDublinoParigiViennaLubjana, ma mai nella Capitale.
Eppure mi sembra di conoscerla, oltre che dalle decine di film che ho visto lì ambientati, dalla letteratura, dalla storia dell’arte.
Conosco la Roma del ‘compagno’ di Pavese, che le dà una prospettiva a me familiare, quella del torinese che va nella Capitale. E adesso quella di Fellini, di Mastroianni che la ama ‘perché giungla nella quale nascondersi’. E poi la Roma romana, oscuro villaggio latino che per i capricci della Storia diventa città aeterna, la Roma repubblicana prima, dei Cesari poi e ancora dei Papi, delle satire attaccate alla statua del Pasquino, del Belli, di Pasolini.
La Roma odiata dai celtomani leghisti, la Roma fascista, la Roma del Quirinale, delle Botteghe Oscure, del Viminale, della Radio Televisione italiana, della via Salaria e di piazza del Popolo. Dei saltimbocca e del vino dei castelli (che a me, spiac, proprio non piace).
Roma, duemilasettecinquantonove anni. Roma, quattro fonemi, due sillabe, quante città hanno un nome immutato dalla loro fondazione? La Roma di quel pezzo di elettronica con una voce che recitava “Me ne andavo via da quella Roma …” e giù una cascata di aggettivi tra loro sinonimi e contrari.
Andrò presto a Roma.
Ecco un altro film tratto da un libro: il bel noir del giudice De Cataldo è infatti il motore dell’ultimo film di Michele Placido.
Com’è stato sottolineato dalla maggior parte dei media, Romanzo Criminale consta diverse nuove promesse del cinema italiano nel suo cast: Claudio Santamaria, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca più vecchie conoscenze come Stefano Accorsi e Gianmarco Tognazzi. Mi piace ripetere che Romanzo Criminale è un bel film perché alle spalle ha un libro davvero scritto bene. Del resto il fascino della banda della Magliana, gli intrecci con i segreti di Stato (tra cui la strage di Bologna e l’omicidio Moro), il cinismo dei servizi segreti a contrasto con la figura del ‘bravo poliziotto’ (vabbe’…) sono già nel libro. La trasposizione cinematografica ci regala un buon ritmo dell’azione (il film dura 3 ore, ma non si sente!), un’ottima fotografia (davvero bella la scena girata ai fori imperiali) e attori decisamente bravi.
Purtroppo, probabilmente per la densità della materia trattata nel libro, il film a tratti si inceppa: sono poco chiari, ad esempio, i passaggi relativi ai rapporti tra la banda della Magliana e la strage di Bologna. La Dandini, ieri sera su raitre, ha fatto bene a parlare di cast corale: non ci sono protagonisti che spicchino, ma al massimo un ristretto gruppo di tre o quattro personaggi tratteggiati un po’ meglio nei passaggi principali. E’ infatti la storia di una banda, e questo il film lo rende molto bene.
Forse si sarebbe potuto fare di più, concentrandosi solo sulle parti più salienti del libro: comunque un bel riscatto per Placido dopo il banalissimo Ovunque Sei.
Prima di tutto ci tengo a precisare che non mi piacciono i titoli ad effetto: la bestia nel cuore è un titolo ad effetto. Un film così delicato nel trattare una materia così impegnativa (non vi rivelerò spoiler, non temete) meritava, forse, un titolo un po’ meno …espressionistico.
In secondo luogo è tratto da un libro, e questo sarebbe un altro punto a suo sfavore. Partirò da preconcetti, ma di solito sono bruttini i film tratti dai romanzi. Uno su tutti? Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Questa volta, però, è leggermente diverso: sì, perché sceneggiatrice, regista e scrittrice sono sempre la stessa persona: Cristina Comencini.
Peccato che non si capisca bene la genesi dei due organismi: è un po’ come l’uovo e la gallina, è nata prima la sceneggiatura o il libro?
Al di là del reale valore estetico del film, di cui dirò sotto, questa storia del trasformare la stessa storia in due media diversi, nello stesso tempo e con la stessa mano costituisce già un buon terreno dove sguinzagliare strumenti semiotici. Non ho ancora letto il libro, l’ho comprato per regalarlo ad una persona che la sera stessa, inconsapevole del mio regalo, è andata a vederlo. Chiederemo a lei.
Ma veniamo al film. La Comencini dirige (e sceneggia e scrive, ma questo l’ho già detto) un film piuttosto impegnativo, a tratti troppo spinto sui toni drammatici, mitigato qua e là da un’ironia che è spesso sarcasmo.
Sabina (Giovanna Mezzogiorno) è funestata da sogni ricorrenti che aprono squarci inquietanti sulla sua infanzia ordinaria: orfana da poco di entrambi i genitori, vive una storia felice con Franco, un attore passato da poco dal teatro ai telefilm. Alla coppia fanno quasi da spalla un ex-talentuoso regista e l’amica di Sabina, Emilia (Stefania Rocca). Per rimettere ordine nella sua vita funestata dai ricordi, Sabina farà un viaggio negli Stati Uniti, dove da tempo vive il fratello Daniele.
Oltre alla bella metafora del viaggio nella memoria, il film si fa apprezzare anche per le diverse tematiche che affronta: la noia abissale della vita moderna, esemplificata dai film per la tivù che Franco si trova suo malgrado a dover recitare e l’amico regista a girare. Ma anche le insidie di una tranquilla e borghese vita domestica, l’antica tematica dell’amore filiale e paterno come sopraffazione, i pericoli di una relazione che appare felice e che s’incrina davanti ai tremendi ricordi di Sabina.
Le poche cose che non convincono sono una certa tipizzazione dei personaggi, che appaiono a tratti un po’ viziati dai clichè.
Andate a vederlo.
Se vi piacciono i film alla Tim Burton, le black tales gotiche, questo è un film da vedere.
Vero capolavoro della fantasia, il film tratto dai primi tre romanzi brevi del sedicente Lemony Snicket, può contare su un bravo Carrey, anche se a volte un po’ eccessivo nelle sue pantomime alla The Mask. I due ragazzini che interpretano gli orfani Baudelaire, protagonisti della “Serie di sfortunati eventi” convincono. Un po’ meno il maschietto, Harry Potter sbiadito, decisamente di più Emily Browning, giovane dark lady fasciata in improbabili abiti anni venti.
La voce narrante è quel Lemony Snicket dietro il quale si cela l’autore dei romanzi brevi, chiamato nel sito “The appalled artist”, Brett Helquist.
Proverò a leggere qualcuno di questi libretti, se mi capita di trovarli in giro.
La trama è semplice, fiabesca: tre ragazzini rimangono orfani dei loro genitori e un cattivo parente tenta di impadronirsi della loro eredità.
Menzione per i due siti, rispettivamente sui libri e sul film, dove viene ripresa, come nel film stesso, l’avvertenza a non andar oltre nella visione. Tipico stratagemma da advertising pubblicitario, noterà qualcuno, ma il film gioca proprio su questa sua presunta sgradevolezza, regalandoci al contrario immagini di posti fantastici e di ingegnosi marchingegni, in una fusione passato-presente godibilissima.
Sembra un po’, mi pare, l’altra faccia dell’America: ingenua, bambina, fantastica, giocosa alle prese con una serie di eventi sfortunati…
Ebbene sì. Il mercante di Venezia è uno spettacolo teatrale trasformato in film. Grandiose le sceneggiature, splendidi i costumi, evitabile l’isoletta dove vive Porzia che sembra da lontano (ed è) disegnata. Bravissimo Al Pacino nei panni di Shylock, un po’ meno gli altri. E allora? Allora il film non convince: a tanti gli attori da cinema che declamano la piece shakesperiana appaiono poco comprensibili o, addirittura, ridicoli. Cinema e teatro hanno tempi diversi e la divisione in scene non riesce a riprodurre i cambi di scena teatrali, nè la camera a riprodurre lo sguardo (quasi) stereoscopico di uno spettatore. Bell’esperimento tutto sommato, che lo spettatore colto (e non occasionale) può gradire parecchio.
Ma io sono un po’ ignorante :) .
Se vi siete fatti spaventare dal titolo (troppo da soap opera) tradotto in Italiano “Una lunga domenica di passione”, avete sbagliato: il film non è assolutamente mieloso/da casalinghe, come il lessema “passione” purtroppo evoca. Maledicete i traduttori italiani: il titolo francese è molto più evocativo. La coppia Jeunet/Tatou è tornata: non più gli scenari fantastici e caramellosi del Fabliaux Destine du Amelie Poulaine, ma la realtà cruda della Prima Guerra Mondiale. Il film racconta infatti dell’amore tra Mathilde (Audrey Tautou) e Manech (Gaspard Ulliel), interrotto dalla partenza di Manech per il fronte sulla Somme. Manech non fa più ritorno e Mathilde si mette alla ricerca della “verità” su quanto è successo, scoprendo tra le altre cose l’enorme massacro che è stato la Prima Guerra Mondiale. Punto. La trama è però nient’altro che semplice, dato che l’inchiesta di Matilde assume i tratti di una vera e propria indagine poliziesca.
Fortemente antimilitarista, dannatamente realistico e quasi grottesco nel descrivere gli orrori della guerra, il film di Jeunet non ammette mezze tinte: alterna scene degne del più crudo film di guerra a scene dolcissime, grazie anche all’interpretazione “à la Amelie” della Tautou.
E di Amelie, ma soprattutto del cinema di Jeunet, ci si ritrova molto: stesso gusto per l’aneddoto non-pertinente, i proverbi, le situazioni buffe e grottesche. Forse un mix tra il “favoloso mondo” e “delicatessen”, il primo film di Jeunet. Parrebbe dunque quasi un remake o ad esser buoni un “squadra che vince non si cambia”, ma non è così: là dove il “favoloso mondo” appariva ad alcuni troppo buonista e il personaggio di Amelie troppo stereotipato, qui, finalmente, i personaggi hanno un certo spessore e di buonismo c’è n’è, forse per la materia trattata, ben poco.
Abitudine di Jeunet è poi lavorare sempre con lo stesso cast: ritroviamo il protagonista di “Delicatessen”, Dominique Pinon, nei panni dello zio di Mathilde.
Finalmente un bel film di guerra. Anzi, sulla guerra. In una scena la zia di Mathilde commenta con lei che basta agli uomini un niente per tornare ad essere infantili e bambini.
Mathilde suggerisce che l’importante è che non si travestano da soldati.
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