urza.indivia.net: il serio e il faceto
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Chiudo la stagione con alcune brevi riflessioni.

Lo spam
E’ fastidioso ma non troppo: è grave quando, come mi è appena successo, ti fa cancellare anche commenti interessanti, spiritosi e divertenti come quelli del buon Anfiosso. Avete presente, su wordpress, la magica casellina che vi seleziona automaticamente tutti i commenti nella pagina per una MASS-destruction (distruzione di massa)? Ecco, l’ho cliccato. Ti prego Anfiosso e vi prego altri visitatori del sito serio e faceto, lasciatemi di nuovo i commenti. Grazie.

Letture estive
Ovviamente, quando si va in vacanza, si passa l’ultimo pomeriggio urbano in libreria a cercare qualcosa di furbo ma non troppo, di leggero ma non troppo, di avvincente ma non troppo, che possa far colpo sulla vostra vicina di ombrellone ma non troppo. Insomma, il romanzo perfetto.
Io, un po’ annoiato dai racconti di Carver e ormai abbandonata l’impresa di Manituana (non ho tempo, è troppo lungo, devo portare i figli a scuola anche se non li ho), credo metterò in valigia (la frase fatta delle vacanze per eccellenza!) l’ultimo romanzo di Brizzi. Sì, tra l’altro pare parli anche lui di guerre coloniali (ricordate l’articolo su Volto Nascosto?).
Io, di solito, leggo roba in lingua (inglese) in vacanza, ma quest’anno, non so.

La mia assenza
Non ho più scritto, sono stato molto occupato. E adesso non scriverò per almeno (almeno!) due settimane.

Ho perso tutti i commenti
Questo l’ho già scritto e ho già perorato la mia causa presso di voi. Ho perso quasi tutti i commenti (non che fossero molti) degli ultimi sei mesi. Aiuto!

Compleanno
Oggi, tra l’altro, è il mio compleanno.

E’ scomparso ieri Mario Rigoni Stern, insuperato cantore della Natura, di grandi miserie umane e di piccole cose quotidiane.
Appena riesco, mi piacerebbe scriverne un ricordo.
E, appena riesco, mi piacerebbe piantare un albero in suo ricordo:

“Lo sa? Fra tre, quattrocento anni tutta la terra si trasformerà in un bosco fiorito e la vita sarà meravigliosamente leggera e facile…”.

(Cechov, citato da Mario Rigoni Stern nel suo Arboreto Selvatico).

Sarebbe bello fare alla gente una di quelle domande che fanno i giornali (o le trasmissioni televisive, tanto è uguale) cretine: quante persone sanno che anche gli Italiani brava gente si sono imbarcati in un’infame avventura coloniale?
La maggior parte della gente risponderebbe (forse) che sì, anche gli Italiani sono andati a portare il verbo occidentale in Africa ed è stato all’epoca di Pelatone. Negli anni trenta, effettivamente, muovemmo con le nostre poderose armate verso l’Etiopia, successivamente conquistandola.
Ma già quarant’anni prima (1895-1896), all’epoca di Crispi e di Umberto I, tentammo l’avventura coloniale in Africa Orientale, venendo sconfitti nella battaglia di Adua dal sovrano etiope Menelik: all’epoca riparammo in Somalia.
Poca narrativa si è occupata delle due avventure coloniali italiani: a riportare alla memoria i fatti di Massaua e di Adua (oltre alla odomastica) ci hanno ora pensato, casualmente e su due fronti, gli autori del fumetto (oppure ormai si dice Graphic Novel, racconto disegnato?) Volto Nascosto e Carlo Lucarelli col suo L’Ottava Vibrazione.
Vediamo. Io sono un grande appassionato di fumetti, a patto che siano italiani e che siano della Bonelli.
Li ho scoperti da grande, all’Università, grazie alla mia compagna che è appassionata di Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo e di Julia, la criminologa sosia di Audrey Hepburn.
Purtroppo, nonostante la mia grande passione e i soldi che spendo in Nathan Never, Julia, Dampyr, non ne capisco un granché. Come per i film, posso dare il mio parere sulla sceneggiatura: robe come lo scavo psicologico nei personaggi, l’incisività dei dialoghi… Ebbene, Volto Nascosto è il secondo successo della casa editrice Bonelli nel formato della miniserie, cioè dodici albi (siamo al settimo): ricostruzione storica perfetta, ottima trama, lingua e stilemi da romanzo d’appendice ottocentesco. Volto Nascosto è un leggendario guerriero etiope, al servizio dell’imperatore Menelik che guida la guerra contro gli italiani fino al fatale epilogo di Adua. Su questo sfondo storico, si delineano gli atti di coraggio del giovane tenente Vittorio De Cesari e del suo amico Ugo Pastore contrapposti all’assoluta viltà e incompetenza dei generali italiani (un tratto che, mi pare di aver capito leggendo Lussu, ritorna abbastanza nella Storia). Non mancano, ovviamente, le grandi donne: ora nevrotiche e aristocratiche, ora forti e popolane e la magia rusticana della Roma dei Castelli e l’esotismo della terra d’Eritrea. Notevole.
Poco posso dire, invece, dell’ultima fatica di Lucarelli: da un’intervista mi pare di aver capito che condivide col fumetto Volto Nascosto la stessa atmosfera tragica e decadente che preannuncia una sconfitta: il romanzo è infatti ambientato poco prima della battaglia di Adua. A me viene in mente, istintivamente, l’altro suo romanzo (forse il suo capolavoro) su una guerra, ovvero Guernica.
Ne riparlerò, non appena comprato e letto il romanzo.

Jack Frusciante ha abbandonato la bici e la vespa e, indossati calzari, moderne giacche in gore-tex e il proverbiale bastone, s’è messo sulle tracce di un vescovo germanico (qualche rara affinità col sottoscritto la posso sottolineare?) vissuto 1000 anni fa. Tanta retorica per dire che Enrico Brizzi si è fatto a piedi le mille miglia che separano Roma da Canterbury: prima per l’Espresso e già questo è molto, come dire, romantico? perché ricorda quelle missioni ottocentesche finanziate da grandi magnati e poi per la Letteratura Italiana Contemporanea, regalandoci l’ultimo suo romanzo: il pellegrino dalle braccia d’inchiostro. Domenica 13 maggio Brizzi sarà alla fiera del libro di Torino, spero questa volta di riuscire a dirgli qualcosa che esuli dal banale ‘Sai, ti ho conosciuto con Bastogne’ della scorsa volta.

Un po’ accademicamente, dato che ho citato sopra la Letteratura Italiana Contemporanea, potrei affermare che ‘Brizzi si cimenta nell’affascinante e poco, almeno a livello molto contemporaneo, praticato genere della letteratura di viaggio che si snoda dal I secolo dc col Viaggio in Grecia di Pausania, passando per la novellistica di Chaucer, accarezzando le cronache dei primi viaggiatori e mercanti italiani del Quattrocento, giungendo al Foscolo e alla Vita dell’Alfieri’. Il che è tutto un dire.

Appena finisco di leggere questa meraviglia di libro, scritto una quarantina di anni fa, pubblico una piccola recensione.

La creatura di Morselli (esce per gli chiccosi tipi di Adelphi, ottimo regalo!) è un perfetto libro di fantascienza dotta.

Ho conosciuto la collana stile libero dell’Einaudi qualche anno fa.
Fui attratto dalle sue costine gialle e dal prestigio di una casa editrice che, nonostante le partecipazioni economiche quantomeno ’sospette’, ha dato moltissimo alla letteratura italiana del secondo Novecento.

Questione di packaging del prodotto ‘libro’, penseranno i più smaliziati di voi. Non solo: allora studente liceale ricercavo la nuova letteratura italiana e mi sembrava che il marchio in giallo einaudiano fosse garanzia di una certa qualità. Mi ricordo come, avido, compravo tutti i volumetti gialli einaudiani: solo di scrittori italiani, ovviamente.

Col tempo, ho un po’ smesso: ho iniziato a farmi guidare dalle letture e dalle recensioni più che, ingenuo, dal marchio di una casa editrice.

Devo confessare che, oltre a certe cadute di stile (libero?), i curatori di questa collana non mi hanno smentito: grazie a loro ho conosciuto il noir di Rigosi e Dazieri, mi sono divertito con le vignette di Ellekappa, ho trovato il nuovo romanzo storico all’italiana nei libri dei Wu-Ming, ho letto le fantasie erotiche dell’altra parte del cielo nella provocatoria ’sex anthology’ Ragazze che dovresti conoscere (e che, provocatoriamente, ho regalato alla mia di ragazza…). E come non confessare che il mio sogno da liceale-scrittore era vedere pubblicato il mio romanzetto in quella collana? Mi è sempre piaciuto pensare che Stile Libero potessero diventare i miei ‘Coralli’, come si chiamavano i libri di letteratura ‘nuova’ che Einaudi pubblicava negli anni cinquanta e sessanta: certo, senza i Calvino, i Pavese, le Romano e i Fenoglio…
Non è questo il luogo di rimpianti, comunque: questo è un affettuoso biglietto di auguri ad una collana, a tratti, coraggiosa che l’anno prossimo compirà dieci anni. Il suo regalo, mi hanno informato, sarà un volumetto di scritti inediti di diversi autori, impegnati nel descrivere i propri luoghi. Farà bella mostra di sè di fianco ai suoi fratellini gialli, nella mia libreria.
Tanti auguri, Stile Libero !

Breve post per segnalarvi le cinque giornate (6-10 c.m.) della manifestazione d’arte Epi-demia, che si terrà negli augusti spazi delle facoltà umanistiche dell’Università di Torino, altresì noti come ‘Palazzo Nuovo’, organizzata tra gli altri dal sottoscritto (eh-eh).
Musica, arti figurative-plastiche, reading letterari, nani & ballerine, strani personaggi, il folletto Graziano, il gruppo dei giovani di Forza Italia (formely known as Elio e le Storie Tese),video-art, lettori di portoghese, aperitivi popolari, cotillon vari ed eventuali rallegreranno il palazzone più amato dagli studenti torinesi (e non solo)!
Programma completo qui.
Enjoy!

Dato che il nostro rapporto col pidgin giamaicano non è ottimo , forse ci siamo persi il vero significato del tormentone Mattafix - Big city life:

“The Linguist across the seas and the oceans,
A permanent Itinerant is what I’ve chosen.
I find myself in Big City prison, arisen from the vision of man kind.
Designed, to keep me discreetly neatly in the corner,
you’ll find me with the flora and the fauna and the hardship.
Back a yard is where my heart is still I find it hard to depart this Big City Life.”

precisamente gli ultimi quattro versi, di cui improvviso una traduzione:

“Mi ritrovo nella prigione di una grande città, nata da una visione del genere umano
fatta apposta per tenermi con discrezione e perfettamente in un angolo,
mi troverai tra flora fauna e stenti
giusto un yard prima è dove è ancora il mio cuore/troverò difficile lasciare la vita di una grande città”

E’ inutile: sono tre giorni che provo a scrivere questa recensione ma non ci riesco. Continuo a lasciare questo post nelle bozze (draft).
Il libro è infatti così complesso e avvincente, contemporaneo e politico che ridurlo in poche righe è veramente difficile.
Al centro del libro c’è l’omicidio di una giovane avvocatessa e il suo compagno che indaga sulla sua morte.
Semplice, ma è lo sfondo su cui si staglia la storia ad essere il vero protagonista: è l’autentica fotografia delle lotte di potere che si combattono nel ricco nordest, traino dell’economia italiana. Almeno fino a quando non sono arrivati i cinesi e la provincia di Timisoara (Romania) non è diventata il far est dei moderni pioneri veneti.
Da leggere, oltre che come noir, come documentario sull’oggi e i suoi inquietanti risvolti.
Un altro libro su questi tempi stupidi, ma scritto in maniera intelligente.

Adesso, invece, mi butto nei “cento anni” di Rovani: romanzo ottocentesco che descrive cento anni di vita milanese, dal secolo diciottesimo al diciannovesimo. L’ideale complemento delle confessioni di un italiano di Ippolito Nievo.
Ci andrebbe ora un libro sul secolo ventesimo, ma chi lo scrive?

Ho aspettato un po’ prima di scrivere due righe su questo bel libro, l’ultimo di Stefano Benni. Volevo che il libro, insomma, sedimentasse.
Leggo Benni da quando avevo sedici anni: l’ho sempre conosciuto come scrittore positivo, solare, capace di dipingere mondi fantastici e surreali, dove incontravi personaggi benevoli e i cattivi non erano mai troppo cattivi.
Margherita Dolcevita è invece amaro, stemperato solo a tratti dall’ironia fantastica alla quale lo scrittore bolognese ci aveva abituato.
La trama è semplice: Margherita è una ragazzina di quattordici anni e mezzo che vive felice nella sua assurda famiglia. Famiglia che non è alla Mulino Bianco, per intenderci, ma perlomeno lontana dalla normalità (questa volta davvero assurda) della contemporaneità.
A portare “l’ordine” nel suo mondo arrivano i nuovi vicini di casa: ricchi, perfetti, sempre alla moda, nel giro di tre capitoli cambieranno radicalmente volto alla famiglia anormale di Margherita. Inutile dire che nell’ordine dei vicini di casa c’è l’eco di questi tempi stupidi.
Margherita proverà a cambiare qualcosa, ad opporsi…
Interpreto questo cambio nello stile di Benni come un infausto presagio: forse non c’è davvero più nulla da fare contro la stupidità, forse dobbiamo rassegnarci ad un pessisimo al quale lo stesso scrittore ottimista di una volta sembra aver chinato il capo.
O forse ho letto male, forse ho frainteso il senso del libro, forse uno spiraglio Benni lo lascia.
Speriamo filtri qualcosa.